Africa

Il problema dell’Africa. Le parole del Dr. Lugli – parte 01

Riportiamo gli articoli pubblicati sul mensile La Piazza di Rimini dove il Dr. Lugli ci spiega il “problema” Africa.
Verso la fine del XIX secolo, l’espansione per vicinanza della rivoluzione industriale dall’Inghilterra agli altri paesi ricchi di carbone Germania, Belgio, Francia, aumentò a dismisura la necessità di reperimento di materie prime.
La Germania, unificatasi nel 1971 dopo avere sconfitto la Francia, nel timore di perdere la sua fresca stabilità e per evitare lo scoppio di ulteriori guerre, convocò a Berlino nel 1885 gli stati europei. Venne firmato un Trattato con il quale fu stabilità la spartizione dell’Africa.
La Francia si assicurò l’Africa occidentale, alla Inghilterra andò il territorio del continente che va dall’Egitto al Sudafrica, la Germania ebbe il Camerun, Togo, la Tanzania e l’attuale Namibia, il Belgio ebbe il Congo, il Portogallo rimase in Angola e in Mozambico precedentemente occupati, all’Italia venne riconosciuta l’occupazione delle Somalia e dell’Eritrea. Solo L’Etiopia ne rimase fuori.
I confini dei paesi africani, vennero stabiliti arbitrariamente dai paesi partecipanti al suddetto trattato tracciando delle righe sulla mappa o tutt’al più considerando le caratteristiche orografiche del continente, fiumi o montagne come spartiacque.
Ciò determinò la separazione di etnie omogenee oppure l’inserimento nello stesso stato di alcune di loro in lotta perenne.

Così ha inizio l’instabilità africana.

A dimostrazione di come la storia, spesso, non insegni nulla basta pensare a come la Francia e l’Inghilterra hanno perseverato nella loro deleteria politica estera con la spartizione del medio oriente dopo la fine della prima guerra mondiale.
Nessuna delle nazioni europee ebbe l’interesse a sviluppare una struttura democratica, l’unico loro fine fu quello di sfruttare i territori occupati per rispondere alle loro necessità
Ecco perché il colonialismo ha provocato problemi endemici.
Quando, dopo la seconda guerra mondiale, molti paesi ottennero l’indipendenza, gli africani con buona cultura furono pochissimi.
La maggioranza di questi erano asserviti agli interessi dei colonizzatori.
Gli Inglesi ed i Francesi non avevano alcun interesse a sviluppare paesi democratici anzi temevano e contrastavano con ogni mezzo la libera istruzione degli autoctoni.

Le scuole da loro aperte preparavano i locali ad essere buoni servitori e non liberi pensatori.
Le potenze europee non interagirono fra di loro e realizzarono esclusivamente le infrastrutture necessarie a collegare miniere e piantagioni ad un porto di loro competenza.

Quello che è rimasto sul continente africano è un intreccio di reti ferroviarie scollegate fra di loro e non è immaginabile, a fronte di ragioni geopolitiche, contrasti etnici oppure Paesi limitrofi in lotta fra di loro, una rapida soluzione.

Al riguardo vorrei rammentare che, Julius Nyerere, Primo Presidente della Tanzania, fu molto lungimirante quando con l’aiuto dei Cinesi, realizzò a metà del XX secolo la ferrovia, denominata Tanzam, che univa lo Zambia, nazione senza sbocchi sul mare, a Dar es Salam, porto principale della Tanzania sull’Oceano .
In India, a onore del vero, gli Inglesi, essendo gli unici colonizzatori, realizzarono una rete integrata di ferrovie.

Lo fecero, però, con l’esclusivo interesse di favorire il trasporto dalle zone interne delle materie prime, vedi il cotone.
Una ricaduta positiva sull’India c’è stata, è stato permesso durante la rivoluzione verde il rapido invio di fertilizzanti e di sementi nelle zone interne e il raggiungimento, con le derrate alimentari, delle zone urbane.
In Africa ciò non è possibile.

In una zona dell’Etiopia, per esempio, nei primi anni del 2000, si riuscì con l’aiuto della moderna tecnologia, sia meccanica che chimica, a produrre una notevole quantità di cereali ma per l’impossibilità di mantenerlo ed inviarlo nelle zone limitrofe, per grossissime difficoltà di trasporto, si dovette ricorrere a degli aerei americani per soccorrere le persone che soffrivano la fame.
Questa è l’Africa !!!

Ecco spiegato perché le ricette per la Tanzania e per ogni paese del Continente debba essere il frutto di una ricerca multidisciplinare personalizzata.
Bisogna capire che ogni realtà africana ha le sue specificità, storiche, culturali, geografiche, etniche.
Le istituzioni mondiali, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale presentano sempre la stessa ricetta, ovunque.
Niente di più sbagliato, quello che può andare bene in Tanzania non può andare bene in Etiopia .

Il retaggio del colonialismo ha lasciato le sue deleterie impronte in numerosi paesi africani.
Era uso all’inizio della occupazione prendere accordi con i capi delle etnie che occupavano i territori ove erano state individuate delle importanti materie prime, veniva dato loro il diritto di distribuzione delle terre ed il compito di esattore delle tasse.

Gli Inglesi in Sierra Leone applicarono una tassa sulle capanne per obbligare gli autoctoni a lavorare in condizioni disumane per potere pagare anche le imposte.

Applicarono anche il marketing board a tutta la produzione interna.
Consiste nell’obbligare tutti i produttori a vendere quanto realizzato al prezzo stabilito dal colonizzatore, chiaramente il prezzo era notevolmente più basso al valore di mercato.
Quando la Sierra Leone ottenne l’indipendenza, il capo della etnia che si impose alle elezioni, perpetuò il sistema per arricchirsi.

Ritorniamo ai conflitti inter-etnici, creati e sfruttati innegabilmente da noi occidentali, che sono incontrovertibilmente causa di instabilità, diseguaglianze, ataviche povertà in tanti paesi africani.
Causano pessime governance, istituzioni estrattive e corrotte, non inclusive, intese come stati che hanno ha cuore la collettività.

Al riguardo, Julius Nyerere, uomo lungimirante, poco prima di essere proclamato Presidente della Tanzania, girò in lungo ed in largo la Tanzania pacificando le centinaia di etnie esistenti.
Per inculcare il senso di appartenenza decise che l’unica lingua ufficiale fosse lo Swahili e propugnò la collettivizzazione della istruzione primaria, dove si iniziò ad insegnare la storia africana, ed istituì corsi di alfabetizzazione per adulti.
Nyerere, era solito definirsi “un insegnate prestato alla politica”.
John Magufuli, l’attuale Presidente della Tanzania, ne sta fortunatamente seguendo le impronte.
Ciò insegna che in Africa è possibile creare opportunità per uno sviluppo democratico, avrò modo di parlarvene in futuro.

Trova subito tutti gli articoli del Dr. Lugli sul problema dell’Africa, articoli apparsi sul mensile La Piazza di Rimini.
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